CHIESA DI SAN PIETRO A MAJELLA

La chiesa fu fatta costruire da Roberto d’ Angiò nel 300 in onore di Celestino V ( Pietro, ritiratosi sulla maiella in Abruzzo, come eremita, rinunciò al trono papale ottenuto nel 1294: colui che fece, per viltade, il gran rifiuto ( Dante ).
La chiesa fu dotata di un convento poi soppresso e nella prima metà dell’800 divenne la nuova sede del REGIO COLLEGIO DI MUSICA assorbendo i 4 istituti esistenti sino allora a Napoli e che avevano trovato una sistemazione provvisoria nel vicino monastero delle monache di San Sebastiano allora in disuso.
Divenne quindi dal 1826 il Conservatorio di musica a Napoli e la direzione fu affidata a Nicola Zingarelli.
A Nicola Zingarelli si sono poi succeduti con gran successo altri noti personaggi come Gaetano Donizetti – Francesco Saverio Mercadante – Francesco Cilea- e tanti altri.
L’antico convento dei celestini (sede del conservatorio) ospita una biblioteca ed un museo storico con una preziosa raccolta di antichi strumenti musicali.

La sua costruzione fu iniziata verso la fine del duecento e completata agli inizi del trecento per volere di Carlo II d’Angiò.
Da notare gli archi a sesto acuto e le volte a crociera delle navate laterali tipici dell’ arte gotica e le preziose e bellissime opere nel transetto e nel soffitto di Mattia Preti. Splendido invece l’altare maggiore del ‘600 con la bella balaustra in marmi policromi.

Nel suo interno la chiesa si  presenta con 3 navate e un transetto terminale.

Inizialmente questa chiesa fu costruita con un  impianto gotico ma successivamente nel XVI secolo fu rimaneggiata in stile barocco (come avvenne per molte chiese di Napoli) con una ricca decorazione  in marmo e stucco colorato che coprì interamente la preesistente struttura gotica. Successivamente con grandi lavori di restauro molte delle decorazioni seicentesche furono eliminate come si può notare negli gli archi a sesto acuto e le volte a crociera delle navate laterali tipici dell’arte gotica.                                                                                                                                                                                       Oggi le navate sono separate  da pilastri sorreggenti archi gotici con dieci cappelle laterali.

Nella cappella Leonessa e nella cappella Pipino sono presenti due cicli di affreschi risalenti alla metà del trecento.
Nella prima cappella a destra, è presente la statua di San Sebastiano di Giovanni Merliano da Nola, il maggiore esponente della scultura rinascimentale a Napoli.
Nella quarta cappella a destra si può ammirare una bella tela della Madonna che appare a San Celestino di Massimo Stanzione. A sinistra nella quinta cappella sono presenti anche tre tele di Francesco De Mura.

Nella prima cappella a sinistra possiamo invece ammirare un pavimento in mattonelle maiolicate, del periodo aragonese.  Nel soffitto e nel transetto possiano notare le bellissime opere di Mattia Preti che mostra episodi della vita di San Celestino e di Santa Caterina d’Alessandria.

La balaustra e il bellissimo altare maggiore del 600 in marmi commessi, sono stati realizzati rispettivamente da Cosimo Fanzago e da Bartolomeo e Pietro Ghetti.
Alla sinistra dell’altare notiamo un affresco che rappresenta “la Madonna del Soccorso“, un pò consumata dal tempo che nasconde una bella storia.                                                                                                                                                                         Si racconta che Giovanni d’Austria, figlio di Carlo V, prima della famosa battaglia di Lepanto, comandante della flotta della Lega, si recò da solo a pregare e chiedere protezione alla Madonna del Soccorso, inginocchiandosi proprio dinanzi a questo affresco.
Secondo le cronache del tempo fu proprio grazie alla protezione della santa madre che lo scontro andò a buon fine e Giovanni d’Austria sconfisse gli Ottomani dopo una furiosa battaglia nei pressi di Lepanto.
In seguito al conflitto, nella chiesa di San Pietro a Maiella, l’intero esercito armato depose le proprie armi di fronte all’ immagine sacra per ringraziarla del dono ricevuto.
Nel lato opposto della chiesa colpisce un dipinto che raffigura Cristo vestito con una tunica Si tratta di un dipinto del crocifisso del Duomo di Lucca di epoca medievale.

La chiesa risulta dotata anche di un bel campanile che si può meglio ammirare dalla piazzetta Miraglia.
Lasciando da parte la storia di Celestino V ( la sua storia la trovate qui) vorrei soffermarmi un momento su gli antichi istituti musicali poichè questi sorsero allo scopo di dare una casa ai bambini abbandonati per miseria.
Questi poveri bambini non era infatti raro ritrovarli per strada, abbandonati a se stessi al freddo e alla fame, sopratutto dopo grandi carestie come quella del 1589.

I bambini venivano spesso, grazie ad opere misericordiose, raccolti e dato loro un alloggio sotto il cui tetto potevano anche trovare un pasto caldo.
I conservatori di Napoli erano 4:
1) S. MARIA DI LORETO, il più vecchio, dove furono formati grandi personaggi come Domenico Cimarosa – Nicola Antonio Porpora ( maestro di Haydn ) – Tommaso Traetta – Antonio Zingarelli ( fù maesro di Bellini ).
2) CONSERVATORIO DEI POVERI DI GESU’ CRISTO
nato dopo la grande carestia del 1589 grazie al francescano FOSSATARO da Nicotera che questò fino a raccogliere fondi per acquistare un edificio in largo gerolamini; qui egli con molta misericordia e dandosi un gran da fare ospitò una massa enorme di bambini abbandonati. Da questo posto uscirono musicisti come Alessandro Scarlatti – Francesco Durante – Giovan Battista Pergolesi
3) S. ONOFRIO A CAPUANA ne fu allievo Giovanni Paisiello
4) PIETA ‘ DEI TURCHINI allievo Gaspare Luigi Spontini che fu il compositore privato della moglie di Napoleone.

Nella prima metà dell’800 furono poi tutti raggruppati nell’unica scuola musicale di San Pietro a Majella.
Talvolta però alcuni di questi ragazzi finivano per aumentare le fila dei ‘famosi cori bianchi‘: un gruppo di ragazzi eunuchi dalla voce bellissima e cristallina che deliziavano l’ascolto di persone presso salotti privati o interi teatri (alcuni di loro sono poi divenuti famosissimi come Farinelli o Moreschi) o meglio in chiesa dove facevano parte di selezionati cori di cui il più prestigioso aveva sede presso il Vaticano.
C’è stato infatti, purtroppo, un tempo in cui le voci bianche cantavano al posto delle donne: ‘Mulier taceat in ecclesia‘ la donna in chiesa deve tacere. E se non poteva parlare figuriamoci se poteva cantare! Allora per poter ottemperare a questa prescrizione e avere comunque cantanti che potessero eseguire le parti femminili, tra il XVII e il XVIII secolo e perfino in pieno 800 in Italia furono evirati migliaia di bambini. Il loro impiego si diffuse poi anche nelle esecuzioni musicali profane.
La pratica di utilizzare eunuchi nel coro del Vaticano fu bandita solo nel 1878. L’ultimo castrato cantava ancora nella cappella Sistina nel 1922. Si chiamava Alessandro Moreschi e un critico musicale tedesco scrisse: Non credevo che la voce umana potesse essere il più straordinario di tutti gli strumenti musicali, fino a quando non ho ascoltato Moreschi.

Per avere una voce così bella era necessario che la castrazione si facesse prima della pubertà, cioè prima della muta della voce poichè solo così in teoria il risultato poteva essere eccellente: si otteneva una voce femminile emessa però da un torace maschile, che può contenere molta più aria, e attraverso corde vocali maschili che per vibrare hanno bisogno di meno aria e possono quindi tenere una nota più a lungo. Potevano arrivare a coprire anche tre ottave e mezza, un’estensione vocale fuori dal comune.

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L'Aquila, basilica di Collemaggio, spoglie di Papa Celestino V
L’Aquila, basilica di Collemaggio, spoglie di Papa Celestino V

LE VOCI BIANCHE
Per quanto se ne sa, quella dei castrati è un’“invenzione” cinese, di almeno 5 mila anni fa. Allora si producevano castrati per farne guardiani del potere. Insieme alla mascolinità perdevano la possibilità di normali rapporti familiari e sociali, e vivevano in una condizione psicologica oscillante tra l’odio di sé, la malinconia e la disperazione. Senza nemmeno perdere l’aggressività, perché, spenta a livello fisico dalla mancanza di testosterone, si ristabiliva sul piano psicologico.
Unica possibilità di riscatto, la fedeltà assoluta al signore, dal quale ricevevano in cambio non solo onori e titoli come guardiani dell’harem o dei templi, maestri delle cerimonie, ma anche importanti incarichi politici e amministrativi.
Tra il 1505 e il 1510 l’eunuco Liu Chin fu reggente al trono per l’imperatore Witsu, in quel periodo represse con estrema violenza una rivolta di aristocratici, ne fece decapitare molti che avevano incarichi pubblici e li sostituì con compagni di sventura. 
Ma gli eunuchi rimanevano comunque degli infelici: molti custodivano religiosamente i testicoli in una scatola, raccomandando che venissero seppelliti insieme a loro, per essere uomini completi almeno nell’aldilà.
Dalla Cina, la pratica si diffuse in Occidente. I Romani importarono dagli Ittiti il culto di Kubaba, divinità della fecondità e della terra che chiamarono Cibele. Chi voleva diventare suo sacerdote doveva offrire alla dea pene e testicoli tagliandoseli da sé con un coltello di pietra nel corso di una cerimonia orgiastica che si svolgeva ogni anno il 24 marzo.
Poi però i Romani scoprirono che i castrati potevano servire anche per divertimenti molto profani, visto che la loro pelle si manteneva liscia e priva di peli e il loro corpo assumeva sembianze femminili.
Perché c’era eunuco ed eunuco. Infatti, si distingueva tra castrazione “nera”, che comportava l’asportazione anche del pene e che rendeva l’eunuco ancora più simile a una donna, e castrazione “bianca”, che salvava il pene. Il prezzo di uno schiavo eunuco poteva essere anche 250 volte superiore a quello di uno schiavo da lavoro, secondo la qualità: c’era il semivir, mezzo uomo, l’eviratus, totalmente castrato, il mollis, solo un po’ effeminato, e il malacus, dotato di tratti e movenze così femminili da poter passare per una danzatrice
Gli Arabi impararono tardi l’utilità degli eunuchi, perché Maometto aveva vietato la castrazione sia degli uomini sia degli animali. Li scoprirono verso il 750, quando conquistarono la Persia, dove l’usanza era giunta dalla Cina. Non solo dimenticarono subito il precetto del profeta, ma misero in piedi un sistema di produzione e distribuzione vasto ed efficiente, visto che erano particolarmente adatti come custodi degli harem di califfi, sultani e sceicchi. Gli schiavi da Bisanzio, dalla Cina, dalla Nubia, dall’Etiopia e dall’Europa venivano portati nei centri specializzati nella castrazione che si trovavano a Samarcanda, nella città egiziana di Assiut o in quella armena di Derbent per essere poi venduti nei mercati di Baghdad o del Cairo. 

L’asportazione dei testicoli prima della pubertà impedisce la differenziazione del sesso maschile perché viene a mancare il testosterone, l’ormone prodotto dai testicoli che ha questa funzione. Conseguenze? Pene e prostata rimangono piccoli, la voce si alza invece di diventare grave, non crescono peli e muscoli. E poiché il testosterone ha anche la funzione di stimolare il desiderio sessuale, il castrato non solo non è fertile ma è anche impotente.
Se invece la castrazione avviene dopo la pubertà, gli effetti sono meno drammatici: i peli si riducono, la pelle diventa più sottile e può anche accadere che la voce riacquisti tonalità femminili. E, quanto ai rapporti sessuali, in questo caso quello che manca è il desiderio, non la possibilità tecnica. Quanto alla versione femminile della castrazione, cioè l’asportazione delle ovaie, oltre all’infertilità ha come conseguenza l’immediata menopausa.
Esiste però la possibilità che altri ormoni di origine surrenale svolgano, ma solo in parte, la funzione del testosterone e in questo caso si ha un eunuco che può in qualche misura avere rapporti sessuali. Pare che Farinelli, famoso cantante castrato del 1700, andasse sì a letto con le donne, che impazzivano per lui, ma che all’ultimo momento si facesse sostituire dal fratello Riccardo, che era tutt’altro che eunuco.

Il Trattato sugli eunuchi, del 1707, spiegava come procedere alla castrazione.

“Il fanciullo viene narcotizzato con l’oppio e immerso a sedere in un bagno di acqua molto calda, fino a quando cade in uno stato di completa incoscienza. Quindi si apre lo scroto e si asportano i testicoli”. Così il Trattato sugli eunuchi, del 1707, spiegava come procedere alla castrazione, una pratica allora corrente in Italia per allevare cantanti con qualità straordinarie. Ma che affondava le sue radici nell’antichità. Un rito pericoloso (due bambini su tre morivano per infezioni ed emorragie) profondamente legato alla religione e, per quanto possa sembrare incredibile, non ancora scomparso. 

 
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