IPOGEI ELLENICI IN CITTA’  ( un tesoro greco solo in parte riemerso )

Sotto i palazzi ed vicoli di Napoli, nel sottuosuolo  del Rione Sanità ,si trova  un patrimonio storico ed artistico  di inestimabile  valore rappresentato da ipogei di origine ellenica rimasti quasi del tutto  immutati nel tempo.  Una straordinaria necropoli greca che è difficile trovare altrove nel resto d’Europa ( per ritrovare tombe di questo genere occorre andare in Asia Minore ).  Si tratta dell ‘ipogeo dei Cristallini , risalente tra la fine del IV secolo e gli inizi del III secolo riservato alle classi dominanti e alle famiglie più ricche e degne di memoria dove troviamo scolpita in rilievo nel tufo una  incredibile testa di Medusa .

Una meraviglia archeologica  in cui hanno riposato per millenni i resti degli antichi abitanti della nostra città, quando questa faceva ancora parte della Magna Grecia..Monumenti di straordinaria ri­levanza storico-artistica anche per la fusione di elementi orientali nelle decorazioni, come il fiore di loto e la sfinge quasi tutti realizzati tra la fine del IV e gli inizi del III sec. miracolosamente scampati dapprima al devastante effetto dei corsi d’acqua alluvionali  ( vedi lava dei vergini ) che ha comportato solo un loro progressivo interramento,  e successivamente , nel XV secolo, alla intera urbanizzazione dell’ area che  provocò nuovi scavi,  per estrarre  pietra da costruzione e  creare  cisterne di acqua potabile.

I segni in verità delle varie trasformazioni , prima cisterna per l’acqua, poi rifugio antiaereo quin­di cantina appaiono comunque  evidenti e sebbene abbiano prodotto danni terribili da un punto di vista archeologico restituiscono tuttavia uno spacca­to importante dell’utilizzo del sottosuolo, sen­za soluzione di continuità per secoli da parte dei napoletani .

L’intera area appare ricca di importanti ipogei basti pensare che In questo quartie­re gli speleologi hanno rilevato quasi 200mila metri quadrati di vuoto, cioè in pratica una media di 4 metri di grotta per ogni abitante. Possiamo pertanto considerare l’intero borgo come una grande valle («Valle delle tombe» ) delimitata dalle pareti di tufo  della collina di Capodimonte dove le famiglie dell’aristocrazia greco-napoletana di 2400 anni fa fecero costruire i loro ele­ganti sepolcri e venivano a dare l’estre­mo saluto ai loro cari.

Immaginate come doveva allora apparire questa zona ricca di grandi edifici funerari con  monumenti, intagliati nel banco tufaceo, e  caratterizzati  da raffinati  affreschi che testimoniano con la propria monumentalità  il prestigio delle famiglie aristocratiche committenti  e la straordinaria impronta greca  del IV sec. a.C. sulla città.

Fra i tanti  ipogei oggi presenti spiccano le quattro tombe “dei Cristallini”, chiamate così perché situate nel sottosuolo di via dei Cristallini. Per la precisione si trovano sotto l’antico palazzo del barone Giovanni Di Donato. Egli nel 1888  ebbe l’idea d’ingrandire la cantina del suo palazzo a Via dei Cristallini 133  per metterci più botti di vino. Fece eseguire quindi dei lavori di scavo, ma trovò del vuoto sotto terra. “Sarà una cisterna dell’antico acquedotto greco, oppure una campata dell’altro acquedotto fatto costruire dall’Imperatore Augusto…”, avrà pensato il sorpreso barone.  Immaginiamo invece la sua meraviglia quando, accompagnato dal capomastro e da un operaio con una torcia, si trovò ad illuminare, una dopo l’altra, delle ampie sale con rispettivi ingressi, tutte riccamente dipinte e decorate, che corrispondevano a tre cappelle funerarie che si trovavano affiancate tra loro fronte-strada. Lì, infatti, correva un viale dell’antica necropoli napoletana di epoca greca, un tempo illuminato dal sole in aperta campagna, ed oggi ormai sepolto sotto le case del Borgo Sanità.

Si tratta di quattro ipogei adiacenti ognuno costituito da un vestibolo a cui vi si accede da una porta fiancheggiata da colonne dove sono stati ritrovati steli raffiguranti la stretta di mano tra morti e vivi , la cosidetta dexiosis ,con tanto di scritta chaire  , ovvero ” addio “.

 

Tutte e quattro le tombe sono caratterizzate da una struttura su due piani: il primo, il vestibolo, serviva ad adempiere ai riti funebri; da questo, attraverso una scala, si scendeva verso la tomba vera e propria dove riposava il defunto. Eccetto questa somiglianza strutturale, i quattro ambienti hanno caratteri molto diversi fra di loro e particolarità che li rendono unici rappresentando nel complesso uno dei patrimoni archeologici di più alta qualità di Napoli e forse dell’intera Europa.

Il primo un tempo ornato da otto bassorilievi. è quello che purtroppo appare oggi  il più danneggiato dal tempo e dalla mano dell’uomo: il lavoro di alcuni cavamonti, persone che munite di piccone estraevano pietra dal sottosuolo, ha infatti completamente distrutto gran parte della struttura lasciando in piedi un unico bassorilievo.

 

Il secondo è invece quello meglio conservato e forse anche il più importante per capire le usanze funebri del tempo. Infatti, non è il più finemente decorato o il più ricco, ma è quello che meglio ha conservato antichi tesori : anfore, candelabri,  manufatti, urne, altari e affreschi sono arrivati fino a noi quasi immutati dai millenni.

Il terzo presenta meravigliosi bassorilievi fortunatamente rimasti intatti nel tempo .Un  tesoro archeologico unico al mondo che trova come suo guardiano un  bassorilievo scolpito nelle mura del tufo raffigurante la testa di Medusa con i serpenti attorcigliati tra i capelli . Essa con il suo sguardo vitreo capace di trasformare in pietra qualsiasi cosa guardasse e la bocca serrata , dimentica del tempo ci osserva dall’alto e sembra darci il benvenuto nel mondo sotterraneo della morte.

 

Il quarto, infine, è stato significativamente modificato in epoca romana. A differenza degli altri tre, infatti, presenta numerosi loculi nelle pareti, utilizzati per numerose sepolture in epoca latina. Anche i manufatti ed i tesori trovati al suo interno sono di epoca romana, presentando persino un’iscrizione in latino.

Questo incredibile reperto archeologico che rappresenta uno dei più importanti patrimoni archeologici  del mondo  va ad aggiungersi  nel borgo sanità -vergini , alle catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso  e alle grandi cave di tufo trasformate in immensi ossari del Cimitero delle Fontanelle confermando a tutti come il  luogo da tempi antichi ( IV sec. a. C. ) sia sempre stato destinato a necropoli .

L’ipogeo dei cristallini è solo il fiore all’occhiello di una vera e propria necropoli greca che si estende nelle visceri della sanità . Sono infatti decine le camere funerarie ad oggi scoperte in zona. In Via Antasaecula per esempio al civico 126 , sotto un cantinato raggiungibile mediante una scala in pietra si trova un altro importante ipogeo  chiamato  «Ipogeo dei togati» per la presen­za di un altorilievo che mostra due figure uma­ne, un uomo e una donna, con chitone, hima­tion e toga. La scultura,che rappresenta  una scena di fides (commiato funebre), si trova  nella parte alta dell’ipogeo nasco­sta da un arco in muratura. Accanto ad essa è riconoscibile la figura di una pantera che veniva considerata un essere capace di traghettare le anime dei defunti secondo una cultura ereditata dagli antichi egizi.

Gli antichi sacerdoti egizi infatti  officiando proprio con un mantello di pantera furono i primi ad utilizzare questo felino per i riti funebri . Esso era caro al dio Seth ed il suo sacrificio voleva significare che il male era stato immolato. Con la sua pelle erano spesso rivestite le statue di Anubi , il dio dei morti e si ricoprivano i sepolcri come auspicio di resurrezione .

 

Attraverso un contiguo palazzo si può anche accedere tramite una ripida scala in pietra all’ipogeo dei Melograni , una camera funeraria dove si può ammirare un magnifico affresco raffigurante vari tipi di frutta ( cotogna , pigna etc.)  ma sopratutto una melagrana intercalata da un uovo. Anche in questo caso un riferimento agli antichi egizi che utilizzavano molto questo frutto durante le cerimonie funebri  ( alcuni sono stati ritrovati nella tomba di Ramses IV ).Il melagrano per la sua capacità di avere da un lato dei semi  e da un altro altro della polpa dolcissima veniva considerato un simbolo di morte ma anche di rinascita e per tale motivo considerato il ” cibo dei morti “.

La stessa Proserpina ( Persefone ) per aver mangiato un seme di melagrana  negli inferi a lei offerto da Plutone ( Ade )fu costretta a restare poi nel mondo delle tenebre nonostante  Zeus non potendo  più permettere che la terra morisse aveva costretto  il fratello Ade a lasciare tornare Persefone . Egli  invio’  Mercurio a riprendere Proserpina nel mondo dei morti ma purtroppo questi non potè  assolvere al proprio compito proprio perché’ Proserpina aveva intanto mangiato il  chicco di melagrana . Mangiando anche un solo chicco lei infatti aveva firmato la sua condanna a restare per sempre nel mondo delle tenebre .

Demetra ovviamente  non accetto’ di buon grado la sorte della figlia e continuo’ indispettiva e addolorata in maniera imperterrita a causare carestia e siccita’ su tutta la terra .Demetra infatti era la dea a cui erano attribuiti i poteri di dare fertilità alla terra e di renderla feconda ( dea del grano e dell’agricoltura protettrice del matrimonio e delle arti sacre). Tutti i fiori, i frutti e le  terre coltivate e specialmente quelle a grano erano doni di Demetra.
La terra senza l’aiuto di Demetra si inaridì , i terreni coltivati si seccarono , nessun albero diede piu’ frutti e senza grano tutta l’umanita incomincio’ a soffrire la fame .

Zeus allora preoccupato di quello che stava accadendo decise di rimediare trovando una soluzione che potesse accontentare tutti.
Non potendo infatti , contraddire in tutto il fratello Ade decise che Proserpina avrebbe trascorso due terzi dell’anno accanto alla madre nel mondo dei vivi (dalla primavera all’autunno ) e l’altro terzo nel mondo degli inferi con colui che oramai era divenuto il suo sposo .

 

 

 

 

Demetra e Ade furono d’accordo e quando la madre e la figlia furono di nuovo insieme , in breve tempo i campi si riempirono di grano ,  le piante rifiorirono e gli alberi si riempirono di frutti .

Da quel giorno tutto e’ verde e fertile per otto mesi l’anno mentre per i restanti quattro mesi durante i quali Demetra perde sua figlia per tornare nel mondo delle ombre da suo marito ,  la terra ridiventa spoglia e infeconda  .. Questi quattro mesi  mesi sono chiaramente quelli invernali durante i quali la maggior parte della vegetazione ingiallisce e muore .

Ma lo straordinario patrimonio senza paragoni né Ita­lia né altrove, degli ipogei ellenici a Napoli non finisce quì .

Da via Settembrini fino ai confini del borgo dei Vergini dagli anni Settanta esperti speleologi hanno inoltre  trovato in tutta la zona molti  altri ipogei ellenistici. Tra quelli indivi­duati: 3 sono sotto lo stesso palazzo dei cristallini , altri 4 lungo via Santa Maria Antesaecula, 5 nell’adia­cente vico Traetta (in una proprietà privata ), 4 in via Cristallini (di cui uno è bellissimo), 1 al Supportico Lopez, 2 sotto Pa­lazzo Sanfelice , 2 in via Settembrini (riempiti di calcestruzzo nel 2001), 4 dovreb­bero trovarsi lungo il tunnel del vecchio me­trò (la Napoli-Roma), un altro era all’inizio di via Foria ma fu distrutto dal cemento degli an­ni Settanta).

Esso rimane quindi per molti tratti ancora sostanzialmente ine­splorato.ed il tesoro greco è solo in parte riemerso !

L’UNESCO nel 1995 ha inserito questo luogo e tutto il centro storico di Napoli nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

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